Intervista a Ilaria Rossetti
Nel 2007 hai vinto il premio Campiello giovani con il racconto La leggerezza del rumore. Quale è stato il tuo primo approccio con la scrittura e che significato ha avuto ricevere un riconoscimento così importante?
Ho cominciato a scrivere presto, intorno agli otto anni, forse come naturale conseguenza del fatto che leggevo moltissimo. Scrivevo e ho scritto di tutto: racconti brevi, piccoli testi teatrali, poesie. È sempre stato qualcosa di molto istintivo, naturale, e che mi ha accompagnato sempre, una necessità continua. Anche da più grande, non ho mai smesso, cercando però di scrivere sempre ciò che avrei voluto leggere da lettrice, non ciò che mi sarebbe piaciuto scrivere. E ancora adesso tento di rimanere fedele a questo principio.
Il Campiello Giovani è stato importantissimo, per tanti motivi: ha segnato una tappa, mi ha spronato a proseguire con più convinzione, mi ha dato un buon biglietto da visita. È stato uno spartiacque decisivo, che mi ha dato la spinta giusta per concludere il romanzo e buttarmi nella mischia.
Tu che te ne andrai ovunque è il tuo romanzo d’esordio. Si tratta di un testo strutturato e maturo, caratterizzato da una trama complessa e da personaggi ben definiti nei loro caratteri. Quali sono state le difficoltà del passaggio dalla tecnica del racconto a quella del romanzo?
Ho lavorato su Tu che te andrai ovunque, più o meno, per tre anni. Come romanzo, ovviamente, ha necessitato di più tempo: e questo ha influito, perché c’erano giorni in cui tornavo a riguardare le parti più vecchie, magari scritte due anni prima, e non le sentivo più nemmeno mie, proprio perché – in quei due anni – ero cambiata anche io. Rispetto a un racconto, un romanzo è più difficile da gestire, non bisogna mai perdere le fila di quello che si sta raccontando, e fronteggiare il fatto che spesso si parte scrivendo qualcosa che, in conclusione, finirà per essere totalmente diverso da come lo si era pensato. Bisogna averne il controllo e, allo stesso tempo, lasciarlo fluire in tutti i suoi cambiamenti.
Il titolo del romanzo è una citazione da Rimbaud. Perché questa scelta?
La citazione si riferisce ai versi conclusivi di A una ragione.
La scelta è legata a uno temi principali del romanzo, ovvero il rapporto tra padri e figli. Il “tu che te ne andrai ovunque” è il figlio che, nell’ordine naturale delle cose, finirà sempre per lasciarsi indietro la famiglia in cui è nato, per affrontare la propria vita. O così, almeno, dovrebbe essere. La frase viene ripresa nella conclusione del romanzo, e rappresenta lo scioglimento finale: l’accettazione della natura dei rapporti, anche quando sono connotati dal distacco e da una sofferenza inevitabili, un’accettazione che finisce per essere l’unico modo per ritrovare un punto di riferimento in mezzo al caos e allo spaesamento.
Nel romanzo si intrecciano, in un gioco crudele di coincidenze, le vite di tre personaggi principali: Nico, Eva, Argo. I tre personaggi, ognuno a suo modo, cercano di fuggire dalle situazioni nelle quali si trovano coinvolti: Argo continua a “vendere fumo” consapevole dell’inutilità della sua professione; Eva affida alla scrittura quello che non è in grado di comunicare all’uomo che ama; Nico mette in discussione l’unica certezza, il suo lavoro di insegnante, ma non affronta quelli che sono i suoi reali fantasmi, fino a quando non è costretto.
Pensi che questa generazione non abbia più gli strumenti e la determinazione necessari per affrontare la realtà?
Penso che questa generazione sia soprattutto stanca. Stanca di tante cose: stanca di un futuro che non inizia mai, di un cambiamento che non avviene mai. Siamo la generazione che ha studiato i grandi anni e le grande promesse sui libri, ma che in questa vita italiana d’immobilità ha vissuto sempre sugli stessi palcoscenici, anche quando la si spacciava per qualcosa che si era scelto. Hanno detto che siamo la generazione del nulla e dell’indifferenza, che siamo vuoti di coscienza, lucidità, desideri, eppure siamo i frutti dell’educazione di coloro che affermano queste cose. Nico, Eva e Argo sono personaggi “inetti”, incapaci di sciogliere i nodi delle proprie vite, annichiliti in un Paese che percepiscono costantemente immobile e polveroso, ancorato agli stessi stereotipi, alle stesse divisioni. Forse hanno gli strumenti per affrontare la realtà, ma non la determinazione: si sentono già prosciugati. Questa è una generazione che ha perso ogni punto di riferimento: nei rapporti interpersonali, nel lavoro, nella politica, nella religione. E la fuga e l’indifferenza, spesso, diventano le migliori alternative a questa costante sensazione di spaesamento.
Uno dei temi principali del romanzo è il rapporto tra padri e figli in un mondo che ha perso i punti di riferimento, modelli stabili e confini, ed in cui è ugualmente difficile essere genitori e figli.
Sì, c’è una difficoltà intrinseca: i padri, nel romanzo, abbandonano o tradiscono o sono incapaci di amare come dovrebbero e vorrebbero. Sono padri dentro a famiglie spesso sgretolate, o segnate da non-detto e conflitti. Non sono in grado di mantenere rapporti sani con i propri figli: e questi figli finiscono per provare nei loro confronti indifferenza, rabbia, talvolta vero e proprio odio. Però non si tratta solo di padri “umani”: c’è anche il Padre per eccellenza, quel Dio – cristiano e islamico, o di qualunque altro credo – che nel romanzo ha un ruolo fondamentale. Anche questo Padre ha con i propri figli rapporti spesso malati, o comunque faticosi: è un Padre distante, con cui non si riesce mai davvero a entrare in comunicazione. La difficoltà di essere genitori è affiancata dalla difficoltà di essere figli: solo alla fine, in qualche modo, si arriva a una riappacificazione tra i ruoli, o perlomeno al desiderio di una riappacificazione.
L’umanità è nuovamente alle prese con guerre dettate da differenze di credo. Il tuo romanzo affronta questo aspetto della realtà contemporanea. Che ruolo ha giocato l’attualità nella scelta di questo aspetto?
Ha giocato un ruolo più che decisivo: non a caso, ho cominciato a pensare al romanzo appena dopo gli attentati terroristici di Londra, nel luglio 2005. Il terrorismo islamico e il fondamentalismo religioso – di qualunque credo - sono lo spettro di questi giorni, una costante che segnerà per sempre i nostri tempi: noi siamo la generazione dei controlli aerei, degli allarmi antiterrorismo, dei messaggi in video di sedicenti leader, delle guerre preventive, della paura per lo straniero. Cose che ora magari ci sembrano normali, all’ordine del giorno, ma che in realtà hanno segnato profondamente il nostro mondo, a partire dalla quotidianità.
In Tu che te ne andrai ovunque la religione assorbe in sé lo stesso caos e la stessa paura: interpretazioni di Dio truci e dozzinali, che sfociano in atti di terrorismo, o la totale incapacità di fornire risposte e conforto a fedeli smarriti. Non c’è comunicazione, non c’è condivisione: ed è quello che percepisco oggi, nell’attualità di ogni giorno, senza andare nemmeno troppo lontano.
