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Classici da riscoprire: Henry James

a cura di Nadia Fusini

Quando a distanza di anni, prima Henry James, poi Ezra Pound, poi T.S.Eliot lasciano l’America per l’Europa, potremmo dire che vengono in cerca di una comunità di artisti, nel loro caso. Ma anche che fuggono da un paese che, pur essendo il loro, sentono estraneo. E vengono non tanto per conoscere il diverso, ma per appropriarsi di quel che è a loro stessi famiglia. Sono uomini americani, scrittori e poeti, il primo più anziano, i secondi coetanei. Henry James nasce a New York nel 1843, Pound in Idaho nel 1885, Eliot a Saint Louis, Missouri, nel 1888. Muoiono tutti in Europa: James a Londra nel 1916, Eliot sempre a Londra nel 1965, Pound a Venezia nel 1972. Qual è il senso del loro espatrio? Di che cosa vengono in cerca? Colpisce che pur nell’enorme diversità dei caratteri, i tre viaggiatori paiono tutti avere subìto una medesima catastrofe, quella di nascere in un luogo che non riescono a identificare come un’origine. Semmai, tale origine cercano di conoscere tornando a un’altra radice, per conquistare la quale si impongono l’esilio. Dell’europeo riprendono un tratto essenziale, forse il più proprio: affrontano il mare aperto, anzi l’oceano. Si fanno naviganti. Alla lettera, salpano. Non c’era altro modo, allora, di arrivare in Europa, se non per mare. E vennero consapevoli di andare verso una terra ricca di passato; ma loro non venivano per farne bottino, semmai per attingervi come a una fonte. Aveva solo quindici anni, quando “il proscritto volontario” (così lo definì Paolo Milano) Henry James progettò di stabilirsi nel Vecchio Mondo. Il Nuovo Mondo lo annoiava: l’America era “negativa”: mancava di quel che gli era necessario. Ecco perché nell’autunno 1875 salpò per l’Europa for good, come disse; e cioè, per sempre. Fuggì in preda a un “terrore superstizioso”, convinto che «solo l’Europa era possibile». Venne come un emigrante – in cerca di lavoro. Per la sua specializzazione di lavoratore di carta e penna, l’Europa gli avrebbe offerto le condizioni ottimali. Voleva sentirsi indipendente, anche a costo di ritrovarsi nomade, vagabondo. Solo così avrebbe conquistato quella “self-possession” cui ambiva. Nella particolare forma di possesso a cui quella parola alludeva, la libertà si configurava come la capacità di essere padrone di se stesso. Essendo la coscienza di sé fondamentale nel cammino verso la propria libertà, marxianamente James pensava che per arrivarci doveva passare attraverso la proprietà dei mezzi di produzione della propria esistenza individuale. Non voleva (avrebbe potuto) vivere di rendita. Per lettera, nei romanzi, nei saggi, nelle conversazioni con gli amici spiegò il perché dell’espatrio: il tessuto sociale in America era rozzo, monotono. Mentre lui, per com’era fatto, aveva bisogno di “discriminazione”; e cioè, di differenze sottili, di molteplicità di forme e di tipi. In America c’erano solo due tipi umani, i maschi e le femmine e questo non bastava, non sarebbe mai bastato a James per scrivere i suoi romanzi, visto lo scarso peso in essi degli impulsi sessuali primordiali, o primari che dir si voglia. La democrazia americana con le sue teorie sull’uguaglianza incoraggiava la monotonia del tipo sociale, lo spirito gregario, la passione dell’ordinario, del medesimo, dell’eguale, del comune, del pubblico, inteso come bene e come convenzione. Mentre James adorava la privacy, ossia quella particolare forma di intimità, quel modo riservato di difendere quel che è personale, privato. Per fare un esempio: in America adoravano le open doors, l’open space, i loft. Mentre lui si comprò una casa a Rye, sulla costa a sud di Londra, che era la quintessenza dell’intimo. Per farne un altro: quando nel 1904 tornò a New York, trovò distrutta la casa natia; al suo posto un edificio nuovo, e neppure una targa per ricordare che uno scrittore ormai famoso era nato lì. A James dispiacque: New York non aveva la pietas civica delle città europee. Non venerava la memoria. Adorava il cambiamento. Ma nella rotta di collo della velocità si perdeva il senso delle cose, tutto diventava moda, la cosa più effimera e più stupida del mondo. Ma soprattutto l’America era sempre di più la terra dei “molti”; l’individuo aveva smesso di esistere lì. E riguardo alle moltitudini, il giudizio di James era estremo: pensava all’artista come un essere eroicamente isolato. E al lavoro dell’artista come a qualcosa che nasce dalle sue “interiora”. All’inizio vagabondò tra Francia, Italia, Inghilterra, “su base estetica, sensuale”. Ma con un vago senso di colpa. Quelli come lui erano “pellegrini spassionati” e irresponsabili, che trattavano l’Europa come una bambola. E che responsabilità si può mai sentire verso una bambola? E se i sensi si raffinavano, un altro organo, quello morale, deperiva. «Gli affari spirituali e morali si trattano solo col proprio paese», temeva. E al fratello consigliò di allevare i propri figli perché fossero capaci di restare in patria. Quanto a lui, la mescolanza di Inghilterra e America in lui alla fine aveva sortito effetti “disastrosi”: non era né europeo, né americano. Solo allo scoppio della prima guerra mondiale, capì il grado di attaccamento sviluppato nei confronti dell’Inghilterra e nel 1915 prese la cittadinanza inglese come un atto di devozione verso un paese nel quale aveva trascorso gli anni migliori della sua vita. E in quegli anni si ammalò di un male davvero inglese, la gotta. Ma al di là del malessere esistenziale, la grande lezione di James consiste nel rendere manifesta una verità: il vero europeo è portatore di quello che un suo grande lettore, Lionel Trilling, chiamerà the opposing self. Traduco: se l’europeo ha un sé, questo è diviso. Tale dialettica è il ritmo stesso della mente di James che opera componendo costanti opposizioni: tra spirito e materia, Vecchio e Nuovo Mondo. James è ossessionato da queste opposizioni; ne ha bisogno come del pane, in ciò testimoniando di essere lui l’europeo per eccellenza. E per logica deduzione, dimostrando che l’americano è l’europeo giunto al termine del tragitto. Quel che si deve propriamente decidere per James è se l’americano – che nasce da una costola dell’uomo europeo – spostandosi così lontano non abbia perduto la tradizione; se i casi della sua vicenda, se la speciale dote dell’esperienza americana, la natura per così dire sperimentale del paese, la sua novità sulla scena internazionale, non gli impongano un relativismo mentale che sostituisce in toto il senso confortevole dell’assoluto. È del tutto evidente a James che un europeo in Francia, in Inghilterra, vive col senso di essere a casa propria, e dunque col sentimento che lì c’è tutto, è l’assoluto. Mentre gli americani, i migliori, sono spinti alla consapevolezza e al confronto con altre culture. E dunque al cosmopolitismo. Agli americani della east-coast, colti, consapevoli della proprie radici europee, che viaggiano e studiano e leggono, James appartiene. Più che uno scrittore, si definisce un “osservatore”. Se riesce nella prima cosa, è perché sa fare l’altra. È così soddisfatto quando, a Newport, si rende conto di essere in New England, senza essere del New England. La differenza di preposizione è importante: indica una posizione di luogo che non implica un’appropriazione proprietaria. La libertà ha a che fare anche con questo, per James. Il quale si descrive a volte come «un mostro di dissociazione e di distacco» per la facilità con cui si dissocia d’istinto da ogni appartenenza, per l’agio con cui si distacca da ogni appropriazione. Se ha una paura, è di perdere la posizione dell’outsider. È da quel “piedistallo” che gli derivano criteri di giudizio, standard di intelligenza, di grazia, di bellezza, di buone maniere, di educazione. Per chi vive in un altro paese, afferma, è un vero guaio smettere di sentirsi straniero! Ne soffrirà la sua intelligenza, la sua stessa identità. Non che James abbia l’ideale del cosmopolita. A volte gli pare che sarebbe meglio avere una patria. Ma negli anni perde il senso dell’ assoluto dei riti e miti e constata che ci sono molte patrie nel mondo, ognuna piena di genti per le quali le locali idiosincrasie sono le uniche cose non barbare. E anche se l’abitudine del cosmopolita a comparare è forse un valore minore rispetto alla pratica attiva, partecipativa del cittadino che paga le tasse, vota, lavora; c’è pur sempre qualcosa di buono in chi ci insegna a penetrare nei meriti delle altre genti, e ci avvicina all’ estraneo. E il dubbio si insinua: non sarà il cosmopolita l’unico, il solo capace di una superiore percezione? In generale, alle radici – per nobili o ignobili che siano- c’ è chi rimane attaccato, chi no. C’è il radicato nelle proprie radici; o lo sradicato – che potremmo anche chiamare “cosmopolita”. Il primo ha una profonda coscienza della propria appartenenza a un mondo che è alla lettera terra, suolo, residenza, dimora; e una profonda consapevolezza dell’eredità che il suo paese, la sua gente gli trasmettono, insieme a una profonda fiducia, un sentimento di obbligo, di sentito impegno nei confronti dell’esistenza che vive in quel luogo, tra quella gente che riconosce e ama. Il secondo è segnato dall’esperienza dell’erranza: va, si espone, si arrischia, coltiva in sé una versatilità, che si esterna in una pratica di tolleranza. Impara nuove lingue, nuovi modi e maniere. Tutti sanno che la prima cosa che si impara viaggiando è che gli usi e costumi variano, e quel che ci appariva assoluto, diventa relativo. Non che il vero cosmopolita metta tutto sullo stesso piano; non è un semplice relativista. Semmai, matura il senso dell’impossibilità del giudizio. Se ne sta lì sospeso tra vari paesi, riluttante sia a mettere nuove radici, sia a dimenticare quelle passate. E non perché ritenga il mondo un grande bazaar e voglia servirsi al prossimo banco di qualche altra novità, come se solo del nuovo fosse affamato. Non è così. Perlomeno non è così per il cosmopolita Henry James. Magnificamente complesso si fa questo tema nell’ultima fase. Finché, per eccesso di discriminazioni sempre più sottili, a cui conduce la sua capacità di illuminare nuances, James annulla l’opposizione: non ci sono più né radicati, né cosmopoliti. Né europei, né americani. Ci sono soltanto donne sole, come Madame de Vionnet. E uomini soli, come Strether, l’americano a Parigi che alla fine taglia i ponti con tutti. Non più pontefice, ma distruttore semmai di ogni ponte sull’oceano, l’ambasciatore Strether torna in America, con la consapevolezza profonda di aver troncato di netto le proprie radici. Atto a cui non c’è rimedio, soprattutto alla sua età; perché alla sua età matura le radici non ricrescono. Henry James funzionerà invece come pontefice per i giovani Eliot e Pound; lui farà da ponte per loro con l’Europa. E loro verranno, seguendo il suo esempio in cerca di uno spazio drammatico dove rappresentare cui con slancio e determinazione l’agone a cui espongono l’idea di nazionalità. E l’idea di letteratura.

 

Nadia Fusini