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Dialoghi con Antonio Debenedetti di PAOLO DI PAOLO

Come si fa una buona intervista

Antonio Debenedetti, lei ha accumulato, come firma del giornalismo culturale, una lunga esperienza di intervistatore. Quello dell’intervista è un genere apparentemente semplice, che in realtà nasconde molte difficoltà...

 

È sempre bene partire dalle esperienze personali. Vorrei ricordare alcune interviste fatte nel corso degli anni. Penso subito ad Alberto Moravia, per esempio. Intervistarlo era un’esperienza gratificante, perché partendo dalla più banale questione postagli, l’autore degli Indifferenti sapeva allargare la prospettiva all’intero orizzonte culturale novecentesco. Si parlava di un romanzo appena uscito? Moravia metteva in gioco, che so, Proust o Joyce, Thomas Mann o Virginia Woolf. Quelle con lui non erano semplici interviste, ma esempi di grande conversazione. Si aveva idea di cosa potesse venir detto nei grandi salotti parigini o romani degli anni Trenta e Quaranta. Naturalmente, la difficoltà stava nell’essere all’altezza di ciò che Moravia raccontava, dei suoi riferimenti culturali. Ma quanto al suo modo di esprimersi, era sempre così lineare e insieme brillante da non porre problemi nella trascrizione a uso del giornale. Più complicato era invece intervistare per esempio uno studioso raffinato come Giovanni Macchia. Proponeva riflessioni di grande interesse, ma le proponeva da accademico. L’intervistatore si trovava così a essere un mediatore presso i lettori di quei concetti espressi in modo assai colto: senza tradirli, doveva essere in grado di adattarli alle colonne di un quotidiano. Questo non toglie che Macchia, dopo aver parlato dei suoi Molière o Baudelaire, vedendo l’interesse dell’interlocutore, se ne uscisse con un lungo assolo sul teatro di rivista o su Totò.
Ci sono poi altre interviste fatte con personaggi di grande prestigio ma non esperti di libri. A esempio, intervistando un grande regista come Dino Risi il problema era far vivere il fascino della conversazione con lui, che derivava non solo dalle parole, ma dal suo particolare carisma. A volte ci si trovava costretti a comporre l’intervista come un ritratto.

 


A volte, da un incontro interessante può risultare una pessima intervista.

 

È vero, può capitare di avere a che fare con personaggi straordinari le cui parole, portate sulla pagina, si immeschiniscono. Penso a Carmelo Bene. Ogni sua risposta era uno straordinario e però intraducibile monologo. Senza la sua presenza, le sue parole non stavano in piedi. In questi casi, l’intervistatore deve ingegnarsi mettendo in gioco un po’ della sua abilità letteraria, se ne possiede. Pensi a quello che riesce a fare Alberto Arbasino nelle sue Sessanta posizioni. Racconta i suoi personaggi partendo da minuscoli dettagli o da conversazioni quasi surreali. Ricordo quella con Auden, tutta giocata intorno ad alcune divertenti barzellette sugli elefanti.

 

È cambiato qualcosa, nel corso degli anni, nel rapporto tra intervistatore e intervistato?

 

Forse lo statuto dell’intervistatore. Esempi come quelli di Montanelli, Oriana Fallaci, Enzo Biagi sono probabilmente irripetibili. Scrivere su un giornale, fino a qualche decennio fa, dava una grande autorità. Oggi, chi intervista è in una posizione molto più vicina a chi legge, è sceso dal piedistallo o non ci è mai salito. E così pure si è ridotta la distanza tra intervistato e intervistatore, almeno in ambito culturale. È raro che un’intervista si configuri come una relazione tra maestro e allievo. Anche gli scrittori più noti appaiono semplicemente come compagni di strada.

 

Lei ha lavorato anche per le pagine di spettacolo. Ricorda qualche intervista in particolare?

 

I primi nomi che mi vengono in mente? Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Anna Proclemer, Alida Valli, Gloria Swanson, Shirley McLaine. Gli attori hanno un rapporto molto professionale con gli intervistatori. Un’intervista è, per loro, un mezzo per promuovere il proprio lavoro. Nel più dei casi, sono loro stessi a offrire spunti di tipo giornalistico, è nel loro interesse. Bisogna solo evitare di offrire uno specchio al Narciso che hanno davanti, cercare di porre qualche problema che non schiacci l’intervista sulla promozione.

 

Nella sua galleria di incontri, figurano anche molti pittori.

 

Sì, e intervistare un pittore è un’esperienza particolare, perché è portato a esprimere le proprie idee in forma di immagine, luce, colori. Mi verrebbe da dire che esistono pittori di due categorie: i pittori “artisti” che, vestiti solo del loro talento, così vogliono essere raccontati. Come Renzo Vespignani. Poi ci sono i pittori-intellettuali: penso a Guttuso, a Toti Scialoja. A esempio, una conversazione con Titina Maselli poteva diventare una insostituibile occasione per capire la Roma di Moravia, quella del quartiere Sebastiani. Guttuso, una volta a una mostra dedicata ai suoi ritratti mi fermai a parlare a lungo con Guttuso, a un certo punto davanti - mi pare - a un ritratto che aveva fatto di Moravia, se ne uscì all’improvviso diversificando e analizzando la differenza tra fare un ritratto e un autoritratto. Parlò per sei o sette minuti dicendo cose folgoranti. Una volta gli chiesi cosa significa per un pittore invecchiare. “Mi sono accorto di invecchiare – rispose – quando, dipingendo un quadro di grandi dimensioni, ho avvertito la fatica di tenere le braccia alzate per raggiungere gli angoli più alti della tela”.

 

Riassumendole in modo un po’ schematico, quali sono le caratteristiche di una buona intervista culturale?

 

- conoscere bene il personaggio con cui si va a parlare, avere idea di ciò che ha fatto;

- conoscerlo in due modi – attraverso l’opera, ma anche attraverso la storia personale. Non per fare del gossip, ma per creare se necessario connessioni tra vita pubblica e storia privata

- sapere come porsi di fronte a un personaggio. Né servili o accondiscendenti, né aggressivi o maleducati. Mettere l’interlocutore a proprio agio senza prestarsi a lui, ma facendo in modo che sia lui a prestarsi al pubblico del giornale. È ovvio? Non tanto. Si tratta di ripeterselo mentalmente durante l’intervista.

- una buona intervista è un prodotto di fusione tra le idee dell’intervistato, le notizie su di lui e le idee dell’intervistatore.

- tradurre in “giornalese”, senza esagerazioni, la lingua dell’intervistato, mantenendone il più possibile le peculiarità

- è bene avere una traccia e far nascere l’intervista via via, facendosi guidare anche da umori, sorrisi, sdegni dell’intervistato, ma riportandolo sempre al punto, per evitare che la conversazione, da professionale quale deve essere, diventi salottiera.

 

Biblioteca minima

 

The Paris Review. Interviste, vol. 1

Alberto Arbasino, Sessanta posizioni

Oriana Fallaci, Gli antipatici

Indro Montanelli, Gli incontri