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Charlot, l'anticipazione

a cura di Camilla Brunetti

Nell’intimità di artisti che si è molto amati è sempre arduo avventurarsi. Il crinale è scivoloso, diviso tra il timore di invadere uno spazio di magia e stupore che si vorrebbe conservare e la curiosità – il desiderio – di entrare (con una profondità inaspettata) in quegli universi che ci sono appartenuti grazie all’amore e all’emozione che hanno saputo far nascere in noi. Avvicinarmi al testo di Jane Chaplin, sesta degli otto figli che Charlie Chaplin ebbe dalla giovane moglie Oona O’Neill, è stata un’operazione allo stesso tempo delicata, complessa e intensa. 17 minuti con mio padre, è l’opera-cronaca della vita della famiglia Chaplin nei lunghi anni dell’esilio in Svizzera, a Vevey, in seguito al decreto di espulsione emesso a loro carico per presunto anti-americanismo, nel settembre del 1952, dall’allora senatore degli Stati Uniti d’America, Joseph MacCarthy (periodo storico che va sotto il nome di “caccia alle streghe”). Se ho molto amato il Chaplin attore, regista e compositore, l’uomo minuto, dall’apparenza fragile, con la bombetta e il bastone, gli occhi malinconici e luminosi e i gesti delicati, non potevo conoscere che uomo fosse in verità Charlie Chaplin lontano dal set, liberato dall’immagine indimenticabile della poetica del vagabondo. Che padre fosse e di che scenari si componesse la quotidianità della sua famiglia. Avvicinandomi alla traduzione di questo libro, mi è accaduto di avere quasi timore di sapere, di conoscere, di essere messa a confronto con le ombre e le verità più segrete di quello che era stato uno degli artisti più amati. Quello che, all’interno dell’opera, Jane Chaplin ci offre è una testimonianza dolorosa e sofferta, all’osso, di quella che è stata la sua vita e quella dei suoi fratelli e sorelle al cospetto di un padre e di una madre (Oona O’Neill, attrice-ballerina, figlia di Eugene O’Neill, premio Nobel per la letteratura nel 1936) così controversi e duri nella complessità dei loro temperamenti.
È una visione unica e preziosa di quelli che sono stati i rapporti, le tensioni e i dolori di una vita vissuta al cospetto (all’ombra) del genio paterno. È un libro-testimonianza e un bildungroman allo stesso tempo, la cronaca incredibilmente ricca – scevra da moralismi e lontana da concessioni all’indulgenza – di un’infanzia e di un’adolescenza vissute sì nel cuore dell’alta società cosmopolita ma soprattutto nel clima di austerità e silenzio che governava la grande tenuta di famiglia. Un’infanzia e un’adolescenza sottoposte a un’educazione incredibilmente ferrea e severa, gravata dal peso costante di un’eredità intellettuale e artistica di eccezione. È stato toccante e illuminante a un tempo, conoscere i risvolti quotidiani di questa esperienza. E se le scene in cui viene descritto Charlie Chaplin mentre lavora alla sua scrivania immerso nel silenzio, o quelle in cui siede alla poltrona preferita e improvvisamente si alza per fare qualche numero di magia ai suoi bambini che muti guardano il vecchio padre – terrorizzati e avvinti da quell’energia straordinaria – sono di rara bellezza, il registro della scrittura sa anche prendere toni incredibilmente asciutti e duri nella cronaca delle tensioni che governavano la loro quotidianità. Jane Chaplin dimostra una generosità rara nell’approfondire, nel rifinire, nel rendere ricco e complesso ogni profilo umano: quello dei genitori come quello dei fratelli e delle sorelle. E sgranando la sua parola puntuale e cristallina è come se volesse giungere a dire: non è stato facile portare il peso di questo destino, la consapevolezza costante di essere osservati, giudicati, di essere bersagli, non avere mai la possibilità di essere normali. Non è stato facile crescere e lottare per la propria identità e la propria felicità e se a tratti una conciliazione con il proprio nome – essere una Chaplin – è parsa un’impresa impossibile o troppo dolorosa, è stata, in ogni caso, un’avventura straordinaria.